Una fede “allargata”: tra santi e scongiuri
A Napoli si vive a metà tra il visibile e l’invisibile. Ogni pietra, ogni gesto, ogni oggetto può essere portatore di un segno, di un auspicio, di una storia antica. In questa città, il mito e la superstizione non sono residui del passato, ma parte integrante del presente.
Napoli non ha bisogno di crederci “davvero”: le basta sentire.
In nessun’altra città si parla con tanta naturalezza di malocchio, corni, jettature e protezioni. Ma attenzione: a Napoli non si tratta di superstizione cieca, bensì di una forma di dialogo con l’imprevedibile, con ciò che non si può controllare ma si può sentire.
È un modo per esorcizzare la sfortuna, per proteggersi, per convivere con la vita nella sua parte più misteriosa.
Oggetti e riti che parlano
- ’O curniciello rosso – Il portafortuna per eccellenza: ricurvo, fatto a mano, regalato, mai comprato per sé.
- La jettatura: lo “sguardo cattivo” che porta male. Per difendersi? Gesti scaramantici con le mani, corni in tasca, tocchi di ferro.
- Ferro di cavallo, sale, forbici aperte – Tutto ha un significato, tutto può attirare o allontanare.
- Non regalare mai perle o fazzoletti – Le prime sono lacrime, i secondi pianto.
- Mai mettere le scarpe sul letto – Porta male. Sempre.
- Le edicole votive e i presepi viventi – Tra religione e magia urbana.
I custodi del mistero: figure tra mito e superstizione
’O Munaciello
Figura ambigua e popolarissima, ’o Munaciello è uno spiritello domestico amato e temuto.
Piccolo, incappucciato, vestito da monaco, fa parte dell’immaginario napoletano da secoli.
La leggenda lo descrive così:
La versione storica: i pozzari
Secondo l’interpretazione più concreta, ’o Munaciello era l’incarnazione popolare dei pozzari, uomini magri e bassi che entravano nelle case tramite i pozzi per pulire le cisterne sotterranee. Il loro aspetto – vestiti scuri, cappucci, apparizioni improvvise – generò stupore e mistero. Così nacque il mito di uno spirito che “veniva dal basso”, capace di portare fortuna o piccoli dispetti.
La versione romantica: Caterinella Frezza
Resa celebre da Matilde Serao in Leggende napoletane, questa versione racconta la tragica storia di Caterinella, giovane aristocratica innamorata di un garzone, Stefano Mariconda. La loro relazione proibita si concluse con la morte di lui e la reclusione di lei in un convento, dove diede alla luce un figlio deforme. Il bambino, vestito con un saio per nasconderne le fattezze, divenne oggetto di leggende popolari dopo la sua misteriosa scomparsa.
Due origini diverse, entrambe vive nel cuore del popolo napoletano, che continua a nominare ’o Munaciello ogni volta che cade un oggetto, sparisce una moneta o accade qualcosa di inspiegabile.
Maradona, Pulcinella, Totò: superstizioni incarnate
Anche figure laiche e moderne diventano mitiche in chiave partenopea: Maradona riscatta, Pulcinella svela, Totò consola.
Pulcinella
La maschera napoletana per eccellenza, ambigua, malinconica, saggia e buffa. Pulcinella incarna la filosofia popolare partenopea, quella che ride del potere, sopravvive agli stenti, nasconde verità sotto il cappello bianco, capace di ridere del destino per renderlo più sopportabile.
Nella superstizione, è anche portafortuna, e compare spesso nei presepi o come amuleto domestico.
Maradona
Da calciatore a icona popolare. A Napoli, Diego è diventato un mito urbano, un santo laico. Il suo volto protegge negozi, cruscotti di auto, edicole votive. Alcuni giurano che toccare la sua immagine prima di un esame o un evento importante porti fortuna.
Maradona non è leggenda per quello che ha fatto, ma per quello che ha rappresentato: il riscatto, la gioia, l’impossibile che si realizza.
Totò
Antonio De Curtis, in arte Totò, è più di un attore: è la voce della Napoli profonda, quella che soffre e sorride nello stesso tempo.
I suoi versi, le sue battute, le sue smorfie sono patrimonio genetico della città.
Con le sue battute ha tradotto la scaramanzia in poesia e intelligenza emotiva.
Totò è mito popolare perché riesce a essere colto e popolano, tragico e comico, attuale e immortale.
Perché Napoli crede, ancora
- Perché la superstizione è una forma di protezione poetica
- Perché la razionalità non basta, serve anche la speranza
- Perché credere significa appartenere, condividere, raccontarsi
- Perché in una città che sente tutto, anche il non detto ha valore
Napoli non ha bisogno di dimostrare che qualcosa esiste.
Le basta sapere che, magari, potrebbe esistere davvero.
E nel dubbio, fa un gesto con la mano. Tocca ferro. E continua a sorridere.